Arte tradizionale

Parlare di arte maliana, significa sostanzialmente parlare di un’arte tradizionale, legata alla pratica religiosa, alla simbologia, ai costumi, ma anche agli usi e alla vita quotidiana.

In Mali, così come in gran parte dell’Africa subsahariana, i confini tra arte e artigianato sono praticamente indistinguibili. Questo perchè i confini stessi tra senso estetico e utilità non sono così netti come in Occidente e anche un piatto o un qualsiasi oggetto per la casa, viene concepito secondo uno stesso processo creativo che genera arte pura e viceversa. Si potrebbe fare un paragone, per meglio comprendere la filosofia aristica e creativa africana, con la filosofia del nostro stile Liberty di fine Ottocento e primi del Novecento, in cui anche un piccolo elemento di raccordo architettonico, una intera struttura portante o una lampada venivano creati con valore estetico nella forma e non come oggetto utilitario con semplice decorazione sovrapposta. In poche parole, in Mali non vi è differenza tra la creazione di una scultura votiva o la creazione di un piatto, tra la pittura di un tessuto o la decorazione di un’arma, tutto viene dettato dal senso utilitaristico, ma anche creato come oggetto unico con senso estetico intrinseco e spontaneo.

La scultura è sicuramente una delle forme d’arte più rappresentative in Mali.La sua origine viene fatta risalire al XII secolo nella città di Djenné (che ancora adesso è la patria della ceramica), quando la popolazione locale cominciò a produrre statue di terracotta, bronzo e oro, probabilmente con finalità funerarie. Ma la materia predominante con cui vengono realizzate tutt’ora le sculture è il legno, generalmente tronchi unici massicci per totem e sculture votive, mentre più leggero è quello destinato alle maschere, per poter essere indossate più comodamente durante le danze rituali. Le forme sono generalmente stilizzate, dalle forme allungate, come per esempio la flanitokele, una figura antropomorfa bambara, dal corpo filiforme, le braccia lungo i fianchi con il palmo rivolto verso l’esterno e i seni conici. Una maschera rappresentativa della cultura bambara è quella sormontata dalla chiwara, un cimiero a forma di antilope, mentre sicuramente la più significativa nelle cerimonie dogon, tra le tante, è la imiana a forma di serpente e utilizzata ogni sessant’anni durante la cerimonia del Sigui, in cui si danzano le gesta storiche dei dogon; la maschera kanaga è tra le più interessanti non solo per la sua simbologia, l’unione tra cielo e terra, ma anche per la suggestiva danza di coloro che la indossano.

L’arte orafa è piuttosto varia in Mali e consiste in piccole sculture e monili, ottenuti con la tecnica della cera persa, destinati all’ornamento sia di uomini che di donne. I gioielli e i  gris gris (talismani portafortuna) in oro, argento, bronzo e pietre preziose, come per esempio l’ambra molto apprezzata dai dogon e dai fula (famosi anche per i grandi orecchini d’oro delle donne), sono diffusi un pò in tutto il paese, ma nella tradizione tuareg si possono trovare sicuramente i più raffinati esempi, soprattutto di filigrana d’argento, ivi inclusa la fabbricazione delle armi da taglio, le cui impugnature e lame sono decorate con la stessa ricchezza e meticolosità dei gioielli. I motivi prediletti dai tuareg sono la croce, simbolo di protezione, l’occhio del cammello e la stella, ovvero la stella polare, la guida per eccellenza delle popolazioni nomadi del deserto. Per quanto riguarda gli oggetti in ferro, la loro lavorazione è affidata all’antica ed ereditaria casta dei fabbri, attraverso processi e tecniche tradizionali.

La pittura in Mali è per antonomasia quella tradizionale bogolan, ossia l’arte di dipingere i tessuti con il fango, diffusa in tutta la regione del Sahel. Consiste nella lavorazione di semplici tessuti di cotone, formati da strisce cucite tra di loro, tinti di giallo attraverso una sostanza ricavata dall’essicazione delle foglie e disegnati con un piccolo bastoncino di legno intinto in vari tipi di fango, a seconda del colore che si vuole ottenere, e fatto asciugare al sole. I motivi tradizionali sono prevalentemente delle semplici ma raffinate geometrie, cariche di simbologia, che andranno ad ornare le pareti, usati come copertura dei letti o per confezionare abiti.

Tipica è anche l’arte di tingere i tessuti con la tecnica tradizionale indigo, ottenendo la tipica colorazione di un blu intenso attraverso la macerazione delle foglie di indaco e la colla di pesce per fissarne il pigmento sul cotone. Per avere un panorama completo dell’arte tessile maliana si può visitare a Bamako il Musée National, il più interessante dell’Africa occidentale.

Una menzione merita anche l’arte della copiatura di antichi manoscritti, paragonabile all’arte della miniatura. Si tratta di una scuola che si è consolidata a Timbuktu, intorno ad uno dei patrimoni più preziosi di antichi manoscritti sulla religione e cultura islamiche, trattati giuridici, storici, di medicina e di astronomia, conservati per lo più al Centre de Recherches Historiques Ahmed Baba di Timbuktu, ma anche in alcune biblioteche private della popolazione locale.

Architettura

Un discorso simile alla scultura, si può fare per l’architettura tradizionale, che in Mali nasce spontanea, senza progetti nè architetti, senza piani urbanistici, plasmata e scolpita come manufatto, le cui valenze estetiche sono intrinseche e non ricercate, legate solo alle esigenze pratiche della vita, alla tradizione, alle funzioni religiose e ai materiali che la natura offre. In Mali vi sono prevalentemente tre gli stili architettonici. Quello rurale, tra cui gli esempi più antichi e raffinati si trovano lungo la falesia del Pays Dogon, quello individuato generalmente come stile sudanese, che origina dagli scambi commerciali tra i grandi imperi medievali dell’Africa occidentale e il mondo arabo del Maghreb, e quello coloniale o neo-sudanese, di cui si hanno esempi nei centri delle città principali, in particolare a Segou.

Quando il popolo Dogon si stanziò lungo la Falesia di Bandiagara, vi trovò le abitazioni preesistenti della popolazione Tellem. Costruzioni cilindriche di fango, con tetto piatto o conico per i granai, costruite nei punti più inaccessibili della falesia, a garantire la sicurezza della popolazione, di cui le più spettacolari si possono ammirare a Youga e Ireli. Inizialmente queste costruzioni vennero occupate dai Dogon, che con la fine delle minacce esterne, man mano le trasformarono in cimiteri, spostando i villaggi nelle zone più pianeggianti. L’architettura dogon è unica nel suo genere e differisce sostanzialmente da quella preesistente per la scelta della pianta quadrata. I materiali sono quelli offerti dalla natura locale, fango e roccia, e gli edifici sono concepiti sulla base della loro funzione, legata al sentire religioso animista. Esistono dormitori per uomini iniziati (circoncisi) ma non ancora sposati, o case per le donne mestruate (le uniche di forma circolare nella cultura dogon), in cui le donne sono costrette a vivere durante la durata delle mestruazioni, considerate impure. O ancora case per il capo famiglia e case per le sue mogli (ogni uomo può sposare fino a cinque mogli) e i suoi numerosi figli. Le costruzioni sicuramente più suggestive dei dogon sono i granai. Ve ne sono di maschili, più alti e con tetto conico di paglia, dove vengono conservate le sementi necessarie al sostentamento della famiglia, e ve ne sono di femminili, più piccoli e destinati alla ‘dote’ delle mogli, che trasformeranno le proprie sementi in denaro per comprare ciò che desiderano. I togu na, una sorta di tribunali dove i saggi del villaggio (solo ultra sessantenni) si radunano per emettere verdetti e consigli sui problemi della popolazione, consistono di otto pali, scolpiti con i simboli degli antenati, che reggono una copertura di paglia e sono alti appena 120 cm, sia per ottenere la massima ombra, sia per impedire gli scatti d’ira (se ci si sollevasse di scatto si sbatterebbe la testa) e conciliare la riflessione. Un’altra costruzione caratteristica è l’abitazione del capo spirituale di tutti gli hogon, il magnificente Tempio che si trova nel villaggio di Arou. Interessanti sono anche le farmacie tradizionali, le cui facciate vengono concepite come una serie di nicchie dove si conservano feticci e rimedi naturali di tutti i tipi, ossa animali, piante essiccate, uova e pelli. Le pareti di fango e le porte di legno delle abitazioni dogon sono spesso modellate con motivi animali o antropomorfi legati alla sacralità animista.

Per quanto riguarda l’architettura sudanese, i cui esempi più antichi e rappresentativi si riscontrano nelle costruzioni religiose, fu invece uno stile che si sviluppò intorno alle principali rotte commerciali e agli influssi del mondo arabo che ne derivarono, durante i secoli XII e XIII. Oggi viene generalmente classificato come stile sudanese, ma in realtà comprende numerose varianti, soprattutto nell’architettura civile, a seconda delle zone. Il materiale tipico delle costruzioni in stile sudanese è il banco, il mattone di fango arricchito di karité, paglia o sterco animale per renderlo più solido, un tempo modellato a mano ed ora essiccato al sole dentro formelle di legno, di cui a Djenné esiste la manovalanza più esperta. Una volta assemblati attorno ad una struttura di pali di legno che sorregge la copertura del tetto, i mattoni verranno ricoperti da un intonaco compatto dello stesso materiale. In facciata altri pali di legno spuntano orizzontali, ma non costituiscono struttura portante, bensì hanno lo scopo di facilitare il restauro annuale delle pareti (crépissage), essendo il banco soggetto a deterioramento con la stagione delle piogge. Questo restauro avviene prima della stagione delle piogge, per rafforzare e preprare la struttura, e l’intera popolazione partecipa come volontaria ai lavori. A Djenné la Grande Mosquée, la più grande costruzione in fango del mondo, risalente al 1280 (quella attuale in realtà è un rifacimento fedele del 1907), a Timbuktu la Moschea di Djingareyber del XIV secolo, quella di Sidi Yahiya del 1400, quella di Sankoré, che nel XVI secolo era anche importante sede della cultura universitaria islamica, a Gao la tomba piramidale di Askia, sono tra gli esempi più antichi e raffinati di stile sudanese.

L’architettura coloniale invece si può definire neosudanese, perchè edificata dai coloni durante il XVIII e il XIX secolo, ispirandosi alle forme e i volumi del preesistente stile sudanese, ma con la differenza che il tradizionale banco venne sostituito dal mattone di cemento. Gli esempi più belli, che mostrano anche tutto il fascino della decadenza di questi edifici ormai sbiaditi, si trovano lungo i boulevards della città fluviale di Segou.

Musica

La varietà culturale del Mali, che va di pari passo con le diversità etniche, ne fa uno dei paesi più interessanti dell’Africa occidentale. Ma quando si parla di cultura maliana viene spontaneo individuarla innanzitutto con il patrimonio musicale. La musica permea la vita del paese e scandisce l’intera giornata di qualsiasi maliano. In ogni luogo si suona o si ascolta musica e dopo un viaggio in Mali è impossibile riportare a casa stampate nella memoria solo immagini visive, non accompagnate da altrettanti ricordi sonori. Ogni popolo ha le proprie armonie, i propri ritmi e strumenti musicali e i testi delle canzoni parlano spesso di leggende e tradizioni, differenti da etnia ad etnia. La musica, il canto e la danza accompagnano qualsiasi forma rituale maliana, tanto da essere legati indissolubilmente alla pratica religiosa, quasi in osmosi. In epoca recente la musica è stato il mezzo prediletto di propaganda e denuncia sociale, tanto che alcuni tra i più grandi artisti, come per esempio Ali Farka Touré, sono stati elevati a guide spirituali dal popolo maliano. In ogni città o piccolo centro ci sono luoghi dove si suona musica dal vivo, dai grandi stadi o teatri ai piccoli espaces culturels, alcuni dei quali gestiti dagli artisti stessi che sovente si esibiscono in performances live. I maggiori talenti musicali africani, noti a livello internazionale, sono maliani e provengono per la maggior parte dall’antica casta ereditaria dei griots (o jalis), i cantastorie, coloro che erano addetti a tramandare oralmente le gesta dei popoli e a cantare le lodi del proprio sovrano. Questa tradizione viene fatta risalire alla popolazione mandé, al tempo di Soundiata Keita, quando questa casta pur non essendo elevata socialmente, godeva comunque dei favori del sovrano e dei nobili, essendo depositaria della tradizione orale. Da allora il mestiere si è andato tramandando di generazione in generazione, fino ai giorni nostri, in cui i griots cantano prevalentemente le lodi dei potenti uomini politici, ma anche del popolo, per esempio durante le cerimonie nuziali. Avere il privilegio di essere invitati ad un matrimonio tradizionale maliano, significa assistere ad un’esperienza unica, un incontro ravvicinato con gli usi, i costumi e le tradizioni di questo popolo e ascoltare dalla mattina alla sera le incredibili improvvisazioni dei griots. I grandi musicisti contemporanei appartengono alle più antiche famiglie di questa casta, quali per esempio i Sissoko, i Diabaté e i Kouyaté.

Stilisticamente la musica maliana mandé si divide in malinké, dal ritmo più o meno movimentato, con melodie e voci suggestive, e in bambara, dal ritmo e dalle melodie più lente e voci più semplici e orecchiabili. Gli strumenti musicali tradizionali principalmente suonati sono la kora, un’arpa-liuto a 21 corde, di cui Sidiki e Toumani Diabaté, sono gli interpreti principali; lo ngoni, una chitarra-liuto a 3 o 5 corde, di cui i più famosi suonatori sono Tidiane Koné e Bassékou Kouyaté; il balafon, uno xilofono a 18 o 21 tasti, spesso suonato a quattro mani, che trova tra i suoi esponenti più talentuosi Kélétigui Diabaté. Per quanto riguarda i tamburi mandé, ne esistono principalmente tre tipi, il tamani, il il doundoun e il djembé. Nella musica contemporanea invece lo strumento per eccellenza è la chitarra, di cui i musicisti maliani sono straordinari virtuosi, dando spesso prova della loro abilità a concerti e festival, suonandola in incredibili performances con i denti o dietro la schiena. Tra i più famosi chitarristi sono il già citato Ali Farka Touré, considerato il più grande artista africano moderno, il padre del blues africano, nonchè il primo maliano a ricevere un riconoscimento internazionale come il Grammy Awards. La sua famiglia, dopo la morte avvenuta nel 2006, lascia cordialmente aperte le porte della sua casa a Niafunké ad appassionati e curiosi di ogni tipo. Vieux Farka Touré, figlio di Ali, Habib Koite, Baba Salah, Boubacar Traoré e l’albino Salif Keita, in passato componente di spicco della Rail Band di Bamako (l’orchestra degli impiegati delle ferrovie del Mali), sono alcuni tra i chitarristi e cantanti solisti maliani più conosciuti anche a livello internazionale. Mentre tra i gruppi contemporanei di maggior successo sono il famoso duo Amadou e Mariam, una coppia di non vedenti che spopolano da svariati anni, e i Tinariwen, leggendari chitarristi tuareg di Kidal, ex militari addestrati in Libia da Gheddafi, che attraverso la loro musica si sono impegnati in una propaganda pacifista, esortando con i loro testi ad abbandonare i kalashnikov e impugnare la chitarra per comunicare i propri pensieri, la propria cultura e i desideri di cambiamento.

Originariamente nella musica mandé, gli uomini avevano il ruolo di musicisti e le donne, le jalimusolu, quello di cantanti. Questa usanza invece faceva eccezione per il nord del paese, dove la tradizione presso i tuareg, i mauri, i songhay e i bellah, affida alle donne l’utilizzo della strumentazione. Nella prima generazione musicale subito dopo l’Indipendenza, furono soprattutto le donne a detenere la scena canora e fu una cantante donna, Fanta Damba, la prima ad affrontare un tour di esibizioni in Europa. La musica della regione Wassoulou, che ha molto in comune con quella bambara, è divenuta invece popolare solo di recente, grazie a un’acclamata cantante contemporanea, la carismatica Oumou Sangaré, che ne trae ispirazione per comporre canzoni dalle tematiche sociali e accompagnate dal suono del kamelen-ngoni, una sorta di arpa-liuto a sei corde. L’importanza rivestita dalla musica nella società maliana, è intuibile dalla quantità di festival e avvenimenti che si organizzano a scadenza regolare in tutto il paese e che costituiscono alcune delle principali attrazioni per chi viaggia in Mali. Tra questi i più importanti sono sicuramente il suggestivo Festival del Deserto durante la prima metà di gennaio, un tempo organizzato ad Essakane e di recente spostato a pochi chilometri dalla città di Timbuktu, e il Festival sul Niger, nella città di Segou all’inizio di febbraio.

Sul sito www.mali-music.com si possono trovare svariate informazioni sul panorama musicale in Mali e sulle biografie e discografie dei musicisti.

Cinema e fotografia

Per quanto riguarda l’arte contemporanea, solo di recente in Mali hanno cominciato a rivestire importanza e a maturare altri linguaggi artistici, quali la fotografia e il cinema. Se il Burkina Faso è sicuramente la patria del cinema africano, tanto da ospitare uno dei festival di cinema più interessanti a livello internazionale (il Fespaco), anche il Mali nel suo piccolo ha prodotto ottimi registi a partire dagli anni ’80 e la scuola di cinema sta prendendo sempre più piede. Il regista più conosciuto è Souleymane Cissé, che con il film Yeleen ha ottenuto il premio speciale della giuria al Festival di Cannes nel 1987. Ma altri come Cheick Oumar Sissoko, Assane Kouyaté, Adama Drabo e Falaba Issa Traoré hanno diretto film di altrettanto successo e ottenuto anche essi riconoscimenti internazionali.

La scuola fotografica maliana invece risale agli sessanta, grazie al contributo di Seydou Keita e soprattutto di Malik Sidibe, considerato il padre della fotografia africana e il fotografo del continente più apprezzato a livello internazionale. Nel 1994 a Bamako, durante la prima edizione dei Rencontres africaines de la photographie, che poi è divenuto uno degli appuntamenti fotografici più importanti in Africa, ha consacrato definitivamente la propria fama, cominciando ad esporre all’estero, in America, alla Fondazione Cartier, in Italia e in Giappone, i suoi celebri reportages in bianco e nero sulla ‘dolcevita’ maliana postindipendenza.

Letteratura

In Mali i grandi narratori erano i griots, che tramandavano oralmente le storie dei popoli senza mai scriverle. In tempi recenti si è formata una scuola narrativa maliana scritta, per lo più in francese, molto raramente in bambara o altre lingue locali. Uno dei più famosi romanzi storici maliano è Le devoir de violence, scritto da Yambo Ouloguem, che racconta una storia fatta di violenze e crimini, risalendo fino all’Impero del Mali, commessi dagli africani e non dagli invasori, come ci si aspetterebbe, che nel corso dei secoli hanno occupato il paese. Questa singolare impostazione della narrazione gli valse nel 1968 il Prix Renaudot, ambìto riconoscimento francese. Un altro scrittore di narrativa piuttosto famoso in Mali è Ousmane Sembène che nell’opera Les Bouts de bois de dieu, racconta le gesta dei ferrovieri della linea Dakar-Bamako e della loro lotta per preservare la propria cultura dalla contaminazione occidentale. Anche la poesia, l’antropologia, la politica e la sociologia, sono generi letterari piuttosto diffusi nella letteratura maliana. Tra i vari esponenti ricordiamo Maryse Condé, Massa Makan Diabaté, Moussa Konaté e il poeta e politico Fily Dabo Sissoko.