Arte tradizionale

L’Africa Occidentale possiede un patrimonio aristico tradizionale davvero ricco. Dalle maschere religiose, alle statue votive e feticci, alle marionette, all’arte orafa, i tessuti e gli strumenti musicali, perfino l’architettura può essere considerata parte dell’arte scultorea, e viene plasmata in maniera spontanea, senza progettualità o pianificazione urbana.

Nel campo delle arti plastiche rientrano anche i talismani e i totem, le maschere tradizionali e le marionette, quest’ultima un’arte completa estremamente raffinata e caratteristica, che racchiude in sè anche manifestazioni come la danza, la musica, il teatro, la mimica e la magia.

Le sculture sono in prevalenza di legno, ma ne esistono bellissimi esempi anche in bronzo, ferro, terracotta e fango. Legate al culto degli antenati e degli spiriti, sono prevalentemente sculture votive e propiziatorie che si basano su stereotipi tramandati di generazione in generazione. Per esempio la bambola degli Ashanti, chiamata akuaba viene utilizzata contro la sterilità e per garantire un aspetto estetico gradevole al nascituro. Il totem è invece una scultura simbolo di una tribù e viene scolpito in legno con le fattezze in genere di animale, considerato l’incarnazione degli spiriti degli antenati. Le forme più diffuse sono il serpente, il coccodrillo, il leone e gli uccelli, che ricorrono anche negli amuleti portafortuna.

Le maschere sono sicuramente la manifestazione scultorea tradizionale tra le più diffuse e rappresentative dei paesi africani occidentali. Ne esistono una varietà enorme e di stili differenti a seconda del paese di origine. Generalmente sono suddivise in zoomorfe e antropomorfe. Possono essere di vari materiali, di cui il legno è sicuramente il più diffuso, di varia grandezza e di vari tipi di decorazione a seconda della loro funzione rituale. Legate prevalentemente alla ritualità animista, il loro utilizzo è finalizzato alle danze rituali che accompagnano le cerimonie iniziatiche, i funerali, i matrimoni, le nascite e il loro scopo è prevalentemente propiziatorio, allontanare gli spiriti maligni e onorare gli antenati e le divinità.

Anche la lavorazione dei tessuti è un’arte tipicamente africana e difficile è classificarla come artigianato, dal momento che in tutta l’Africa il processo creativo puro e la creazione di un oggetto utilitario tradizionale non possiedono confini netti come in Occidente. Ogni singolo tessuto viene concepito e creato come opera d’arte, con valore estetico intrinseco e spontaneo. La loro creazione è quasi interamente affidata agli uomini che con lunghi telai tessono strette strisce di cotone che poi vengono cucite insieme. Le variopinte stoffe kente del popolo Ashanti, o l’adinkra sempre in Ghana, sono forse le più note. Le decorazioni, impresse grazie a stampi ricavati dalle zucche e i colori sgargianti ottenuti da foglie, hanno ciascuna un significato simbolico.

I Tuareg, i Soninké, gli Hausa, gli Yoruba e i Baoulé, sono invece i popoli specialisti dei tessuti indaco, la cui tipica colorazione viene ricavata dalla pianta di indigofera tinctoria. I Fula hanno invece una casta di tessitori chiamata maboub, che producono coperte note con il nome di khasa, fatte di peli di cammello o cotone. Alcune vengono confezionate per i matrimoni e sono molto raffinate e costose. E per finire i bellissimi tappeti marocchini dei berberi, che assieme ai tessuti ricamati sono sicuramente tra gli esempi più raffinati di artigianato africano.

Un’altra forma d’arte legata alla tradizione e alla spiritualità dei popoli dell’Africa Occidentale è quella dei gioielli, che non sono solo un importante ornamento sia per uomini che per donne, ma sono anche il simbolo di potere e ricchezza. Le perline un tempo erano fatte prevalentemente di vetro, di conchiglie di ciprea, di oro, argento, corallo, copale o ambra, oggi non di rado vengono utilizzati materiali moderni più economici come la plastica. Gli anelli più belli e raffinati sono sicuramente quelli di bronzo dei Bobo del Burkina Faso, ricavati a cera persa in forme scultoree elaborate.Gli Ashanti sono famosi per i loro ornamenti e i loro bastoni in oro lavorato, mentre i tuareg e i berberi per la loro filigrana d’argento.

Architettura

L’Architettura dell’Africa Occidentale più rappresentativa e conosciuta è sicuramente quella religiosa, in stile definito generalmente sudanese, che si sviluppò in Africa dell’Ovest a partire dall’epoca medievale, sotto l’influsso del mondo arabo e dei commerci transahariani. Tra gli esempi più raffinati e magnificenti vi sono la Grande Mosquée di Bobo-Dioulasso, le sette moschee di Bani in Burkina Faso e la Grande Mosquée di Agadez in Niger. Tutte costruite con le tecniche e i materiali tradizionali, di mattoni di fango, paglia, impalcature di legno e imponenti minareti a forma piramidale.

Nell’architettura civile gli esempi più antichi e tradizionali, si trovano in alcuni villaggi delle aree rurali, come per esempio nella Valle Tamberma in Togo, o le costruzioni di fango simili a fortezze dei Lobi e le case senza finestre dei Gourounsi a Tiébélé nel Burkina Faso. Gli unici villaggi su palafitte dell’Africa Occidentale si trovano invece in Benin e in Ghana, mentre a Kumasi sempre in Ghana si trovano tra gli esempi più significativi di architettura tradizionale ashanti.

Ogni città principale possiede anche dei begli esempi di architettura coloniale, in stile tradizionale o neo-sudanese, in cui il mattone tradizionale di banco viene sostituito dal mattone di cemento. Si tratta di edifici risalenti alla fine dell’800 e oggi il tempo e la scarsa manutenzione ha steso su di loro una patina di decandenza che li rende ancora più affascinanti.

Musica

Quando si parla di arte dell’Africa Occidentale, non si può prescindere dalla musica. La musica riveste un ruolo importantissimo in Africa ed è sicuramente la manifestazione artistica più universale. Permea la vita quotidiana di qualsiasi africano, è mezzo di propaganda politica e accompagna qualsiasi celebrazione rituale o evento cerimoniale.

Profondamente legata alla tradizione, era in antichità la prima forma di comunicazione e ancora oggi gli strumenti tradizionali vengono suonati con uno stile ‘parlante’, di improvvisazione comunicativa.

Ogni popolo ha le proprie armonie, i propri ritmi e strumenti musicali e i testi delle canzoni parlano spesso di leggende e tradizioni differenti da etnia ad etnia.

In antichità la casta dei griots, i cantastorie, era la depositaria della tradizione orale e il loro mestiere era quello di cantare e recitare le lodi dei sovrani e tramandare le glorie dell’Impero del Mali. Il mestiere si è andato tramandando di generazione in generazione e i più famosi musicisti dell’Africa Occidentale appartengono oggi alle più importanti e antiche famiglie di griots. Questa tradizione è comune a tutti quegli stati che hanno vissuto le medesime vicissitudini storiche, Mali, Senegal, Gambia, Guinea, Mauritania e Burkina Faso, il cui cuore batte al suono delle percussioni.

Con la rotta degli schiavi le originarie sonorità africane sono state importante in America e dalla contaminazione sono nati nuovi generi musicali come il blues, le cui radici affondano in Africa.

Tra gli artisti più noti a livello internazionale sono i maliani Salif Keità e Ali Farka Toure, Youssou N’Dour del Senegal, famoso per il suo duetto con Nené Cherry Seven Seconds, Cesaria Evora l’indiscussa regina della musica capoverdiana, il gruppo tuareg dei Tinariween.

Gli strumenti tradizionali sono fatti di materiali del posto, legno e pelli di animali per i tamburi, conchiglie, zucche e perfino vecchi bidoni di latta o plastica. Ogni popolo ha più di uno strumento tradizionale e possiede una musica maschile e una femminile. Per esempio in Mauritania gli uomini suonano un liuto a 4 corde, il tidinit e le donne l’ardin, una sorta di kora al contrario.

I tamburi sono sicuramente la strumentazione più caratteristica di tutta l’Africa e ne esistono un’infinità di varianti: il tamburo rituale dundun degli Yoruba; il tama dei Wolof; il djembé onnipresente in tutti i paesi, costituisce la base delle percussioni.

Cinema e Fotografia

L’industria cinematografica africana seppure piccola ha sfornato a partire dagli anni Sessanta un cinema indipendente di alta qualità.

Non a caso la rassegna cinematografica più importante dell’Africa intera, il Fespaco, si tiene ogni anno a Ouagadougou in Burkina Faso.

Subito dopo l’indipendenza molti registi africani studiarono in Russia e questo influì su una produzione di stampo marxista, incentrata sulla protesta verso lo sfruttamento delle masse da parte degli stati europei. Tuttoggi gran parte dei film dei cineasti dell’Africa occidentale affrontano tematiche e problematiche sociali e molti di essi hanno raggiunto i più alti riconoscimenti internazionali.

Il senegalese Ousmane Sembéne è forse il regista più famoso, padre del film Borom Sarret del 1963, di Xala del 1974 e del recente Moolaade del 2004. Souleymane Cissé è tra i migliori regisi maliani, premiato a Cannes con il film Yeleen del 1987. Tra i registi del Burkina Faso spiccano Idrissa Ouédraogo che ha vinto il Festival di Cannes nel 1990 con il film Tilai, quasi una tragedia greca.

Anche l’arte fotografica si è sviluppata nel periodo post-coloniale.

La scuola fotografica maliana è probabilmente quella più rionosciuta e di livello, grazie al contributo di Seydou Keita e soprattutto di Malik Sibide, considerato il padre della fotografia africana e il fotografo del continente più apprezzato a livello internazionale. Nel 1994 a Bamako, durante la prima edizione dei Rencontres africaines de la photographie, che poi è divenuto uno degli appuntamenti fotografici più importanti in Africa, ha consacrato definitivamente la propria fama, cominciando ad esporre all’estero, in America, alla Fondazione Cartier, in Italia e in Giappone, i suoi celebri reportages in bianco e nero sulla ‘dolcevita’ maliana postindipendenza.

Letteratura

Prima della colonizzazione nell’Africa dell’Ovest il sapere era tramandato oralmente dai cantastorie, i griots. La nascita della letteratura scritta fu una conseguenza dei contatti tra la realtà africana e quella dei colonizzatori e gli esordi furono nella maggioranza dei casi nelle lingue europee.

Ancora oggi gran parte della letteratura africana è scritta in francese, inglese e portoghese. Una delle figure più importanti è il maliano Amadou Hampaté Bà, che fu linguista, studioso di religioni, etnografo e padre della celebre frase: ‘quando muore un vecchio è un’intera biblioteca che brucia’.

Il principale scrittore del Ghana è Ayi Kwei Armah, seguito da B. Kojo Laing che gode di una certa fama internazionale. Buchi Emecheta e Ama Ata Aidoo sono alcune tra le scrittrici donne più riconosciute. Mentre tra quelle senegalesi dell’ultima generazione spicca Nafissatou Dia Diouf.